Il Rito Funebre

Introduzione

Rappresentazione del rito funebre di cremazione.

I materiali provenienti dalle tombe delle necropoli sono per la maggiorparte quelli che costituiscono le nostre fonti per ricostruire l’immagine delle società del passato. Molto spesso infatti le sepolture sono il punto di partenza per il riconoscimento delle caratteristiche culturali e la loro evoluzione nel corso dei secoli, ci aiutano a comprendere le concezioni dell’aldilà di popoli la cui esistenza è spesso testimoniata solo da resti di cultura materiale.

Proprio nel caso delle tombe l’archeologo può operare a livello dell’individuo, poichè può verificarsi che grazie alla struttura della sepoltura, alla complessità del corredo funerario, si conservi come fossilizzato il ruolo e il rango sociale del defunto.

Rappresentazione del momento celebrativo del funerale davanti ad una tomba ad incinerazione.

È importante comprendere inoltre che in una società composta da più caste, la componente più numerosa della popolazione e nello stesso tempo il gradino più basso della scala sociale può non apparire del tutto da eventuali scavi archeologici. Per 2 motivi: necropoli riservate ad una parte del popolo o per una minore visibilità (semplici fosse senza struttura in cui veniva gettato il cadavere nel caso di inumazioni, o semplici buche dove i resti cremati erano depositati in assenza di oggetti di corredo). Pertanto il ruolo dell’individuo, la sua appartenenza a gruppi socio-economici possono affiorare dall’analisi dei riti e dei corredi funerari.

Sono documentate grazie alle fonti archeologiche diverse varietà di pratiche funerarie in relazione al trattamento del cadavere: l’abbandono, l’esposizione e il seppellimento secondario, l’inumazione in posizione distesa o rannicchiata, la mummificazione, la cremazione.

L’inumazione è la pratica funeraria più antica, il defunto veniva deposto nella tomba insieme agli oggetti del corredo funebre, a volte in posizione rannicchiata su un fianco, oppure in posizione fetale dove alcuni studiosi vedono la restituzione dell’individuo al grembo della madre terra.

La cremazione dei defunti compare per la prima volta in qualche cultura neolitica e la sua diffusione comincia ad acquistare importanza nel corso dell’età del Rame. A partire dal XIII secolo a.C. con l’inizio dell’età dei Campi di Urne la cremazione conquista quasi tutta l’Europa.

Nel corso dell’età del Ferro molte popolazioni ritorneranno alla pratica dell’inumazione, altre rimarranno tenacemente fedeli al rito della cremazione, altre vedranno il costante coesistere dei due riti. Nell’Italia settentrionale le popolazioni liguri, quelle “protoceltiche” della cultura di Golasecca, i Veneti, i Reti continuarono nella pratica della cremazione, che rimarrà anche dopo la conquista romana.

La scelta del rito si pensa sia in relazione alle differenti classi di età e al sesso, a volte in relazione al ruolo sociale oppure a differenti credenze religiose.

Nel rito della cremazione è riconosciuta la presenza del culto del fuoco, considerato una potenza divina distruttrice e allo stesso tempo rigeneratrice. A questo culto sarebbe connessa la credenza in un’anima immateriale ed eterna e quindi il desiderio di liberarla dall’involucro corporeo per consentirle di raggiungere immediatamente l’adilà.

I rituali in gallia cisalpina

Ricostruzione di una tomba ad incenerazione.

Tra il IV e il II secolo a.C. i Celti Cisalpini utilizzavano sia il rito ad incinerazione che quello ad inumazione. Il primo si può manifestare in 2 diversi modi di esecuzione: quello diretto, quando il defunto veniva cremato sul luogo stesso della sepoltura e quello indiretto, cioè in cui dal luogo del rogo, i resti e quanto del corredo che accompagnava il defunto nel rito, venivano posti dentro una fossa nel terreno, delimitata a volte da sassi o assi di legno, generalmente insieme ad altri oggetti, anche provenienti dal banchetto che si era celebrato in suo onore, che potevano anche subire la frantumazione rituale.

Dopo aver spento il rogo funebre, avveniva la cerimonia della raccolta delle ossa combuste o delle ceneri probabilmente con una paletta, le ossa potevano essere lavate con acqua o vino e avvolte in un tessuto e successivamente deposte nell’urna cineraria. La presenza di tessuti è confermata da numerose osservazioni effettuate al momento della scoperta, ma nessun lembo consistente è mai stato recuperato. In alcune necropoli questo rito è una prerogativa dell’aristocrazia guerriera, ma questa regola non è sempre valida per tutte le tribù galliche e nello stesso periodo.

Tomba ad inumazione durante uno scavo archeologico.

Nell’inumazione il defunto veniva deposto nella tomba, che poteva essere una semplice fossa “recintata” da grandi sassi e ricoperta con alcuni ciottoli prima di essere terminata con la terra rimossa.

Questo rito comprendeva probabilmente il devoto saluto dei parenti con la sistemazione nella tomba del servizio da mensa, che a seconda del rango era costituito da sempre maggior numero di ceramiche, soprattutto in alcuni casi di ottima fattura. Se maschio o femmina il defunto riceveva nella sepoltura la presenza di attrezzi da lavoro o oggetti di ornamento o armi che lo distinguevano.

La collocazione degli oggetti nella sepoltura implicava per essi un mutamento del valore originario a favore di uno simbolico. Rispetto ad alcuni elementi che riportano alla funzione originaria, come gli attrezzi da lavoro, gli elementi d’ornamento, o le armi nel caso di guerrieri, di particolare valenza simbolica sembrano invece avere le monete e le lucerne, ma in epoche più vicine alla romanizzazione.

Una consuetudine voleva infatti che almeno una moneta fosse presente nelle tombe, meno che in quelle molto povere, e che fosse collocata in bocca o sulla mano del defunto al momento della sepoltura. Obolo che sarebbe servito come pedaggio al traghettatore delle anime Caronte.

Diverso pare il motivo della presenza della lucerna, che rivestiva un significato importante nel rituale funerario: accanto al defunto al momento della deposizione come luce nelle tenebre della morte.

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