I Riti di Passaggio

introduzione

In tutte le società antiche il passaggio dall’età infantile a quella adulta rivestiva una grande importanza, perchè attraverso i “riti di passaggio” o “iniziazione”, la comunità riconosceva gli individui appartenenti ad essa e la loro veste sociale.

Per poter far parte di una comunità l’individuo doveva dimostrare di condividerne i valori culturali e sociali, alcuni di essi legati alla classe d’età e allo status, altri erano assoluti ed uguali per tutti i membri del gruppo.

Le cerimonie di iniziazione.

I riti di passaggio consistono in cerimonie pubbliche che hanno la funzione di mostrare alla comunità che l’individuo, o una classe di individui, ha acquisito determinate conoscenze e che quindi da quel momento in poi può essere integrato in una nuova classe d’età o in un nuovo gruppo sociale caratterizzato da altri diritti e doveri. A volte l’individuo era assoggettato ad un periodo di marginalità sociale.

Queste cerimonie generalmente vengono identificate in 2 tipi: quelli di iniziazione a classi d’età (tra cui nascita, matrimonio e morte) e quelli di iniziazione a gruppi sociali importanti (sacerdoti, indovini, guaritori, fabbri, membri di gruppi particolari ecc.). Come nei riti dove si celebra ad esempio l’uscita dell’inverno e l’ingresso nella nuova stagione di fertilità, nel passaggio poteva essere presente tutta la comunità.

Questi riti hanno comunemente una struttura tripartita: una cerimonia iniziale stabilisce una separazione che simboleggia il distacco dell’individuo dalla famiglia o dal corpo sociale: egli si allontana e uscendo dallo spazio civilizzato, muore agli occhi della comunità. In questo modo viene appunto celebrata la morte rituale.

Successivamente vi è una fase di marginalità, durante la quale l’iniziato vive in spazi predeterminati (campagne, boschi, grotte, isole), spesso accompagnato da un adulto con funzione di educatore. La fase di marginalità può essere anche di brevi periodi, come l’immersione in un calderone, un tuffo in mare o la scomparsa sotto un velo o un mantello.

 

Scena da un particolare del Calderone di Gundestrup (la cosidetta placca dei guerrieri)

Vi sono momenti in cui i periodi di marginalità si possono ridurre a semplici processioni. È il  caso di quelle celebrazioni annuali in cui i partecipanti sono condotti dalla città ai confini del territorio o presso i santuari. Il ritorno alle famiglie o nella città rappresenta una rinascita e viene celebrato con una cerimonia di aggregazione. L’individuo ha un nuovo ruolo sociale e una nuova identità, a volte sottolineata dal cambio di nome. Anche nella letteratura celtica irlandese troviamo questo tipo di usanza.

Nel “Tàin bò Cùailnge”, nell’episodio “L’uccisione del cane del fabbro da parte di CùChulainn e la ragione per cui è chiamato CùChulainn”:

Una raffigurazione di Cùchulainn dopo aver ucciso il cane.

“[...] Sètanta assume in questa occasione, per volontà del druida, il nome che fissa il suo ruolo pubblico di protettore dell’integrità del territorio. Uccidendo il cane ne acquisisce le qualità marziali e ne continua la funzione di guardiano. La parola cù denota sia il selvatico lupo sia l’addomesticato cane e in particolare l’imponente, fortissimo cane di razza irlandese, simile all’attuale alsaziano, addestrato non solo come cane da guardia ma anche come da attacco in battaglia. “Cane” era quindi un nobile appellativo, non infrequente nei nomi di guerrieri.”

La figura dell’adulto iniziatore, soprattutto in età arcaica, assolve un ruolo fondamentale: a lui la comunità o la famiglia affidano la preparazione del giovane al rito di passaggio o la sua formazione nella fase di marginalità, sottoponendo il giovane a prove che possono essere anche mortali o impone tabù comportamentali (astinenza sessuale o alimentare, cibi particolari, linguaggi speciali, modalità di comportamento), la cui trasgressione comporta il fallimento dell’iniziazione e la morte sociale dell’individuo. Consueta è la trasfigurazione in uomo-animale, riconducibile a pratiche di travestimento che dovevano testimoniare lo status speciale dell’iniziatore e il suo contatto privilegiato con il mondo della natura.

Una raffigurazione di Achille educato dal centauro Chirone.

Nel mito greco per esempio, la figura del centauro Chirone, maestro dei più celebri eroi, specializzato appunto nell’educazione dei giovani, insegnava loro le tecniche di caccia e di guerra.

I giovani spartani invece dovevano intraprendere un periodo di marginalità chiamato krypteia (una parte “dell’agoghé”), nelle foreste e nelle campagne, vivendo e comportandosi come lupi.

I giovani appendevano le proprie vesti su un albero e si tuffavano in un lago dal quale uscivano “trasformati” e dovevano vivere per nove anni alla macchia, senza prendere mai contatto con la civiltà. Questi rituali sviluppavano le capacità di sopravvivenza e l’astuzia dei giovani, come nel caso di Sparta, dove il rituale di aggregazione prevedeva che essi mostrassero la destrezza e il coraggio acquisito rubando le offerte dall’altare di Artemide, mentre i compagni li fustigavano a sangue.

Nel “Ciclo di CùChulainn” in un episodio compreso in “Tocmarc Emire” (Il corteggiamento di Emer), è celebre la figura di Scathach (Ombra). Si racconta che il giovane CùChulainn raggiunge da solo, nel Paese dell’Ombra, oltre il mare, una donna dai poteri straordinari maga e regina di quella terra. Essa lo inizia a tutti i segreti dell’arte dei guerrieri per renderlo invincibile.

Nelle famiglie aristocratiche irlandesi il ruolo dell’iniziatore veniva solitamente affidato ad un membro della famiglia materna, nonno o zio.

Dall’episodio “Le imprese giovanili” nel “Táin bo Cúailange”:

“[…] Tutti andarono nel campo da gioco, e i giovani che erano stati abbattuti furono rimessi in piedi con l’aiuto delle loro madri e dei loro padri adottivi.”

Questa pratica (fosterage) era intesa ad instaurare o rinsaldare legami, poichè il giovane vissuto in adozione fino all’età di quattordici anni, mateneva di solito forti rapporti affettivi con il padre (aite), la madre (muimme) e i fratelli adottivi (comaltai).

Un giovane di alto rango (così risulta almeno dei testi letterari) poteva essere preso in adozione da più di una famiglia in momenti successivi: è il caso di Cù Chulainn, che ha come padri adottivi sia Conchobar che Fergus.

Nel rito di passaggio ha un significato simbolico anche il taglio di capelli, che per i giovani coincide comunemente con l’ingresso all’età adulta, testimonia la fine dell’adolescenza (in cui un ragazzo può essere scambiato per una ragazza) e al tempo stesso raffigura la sua rinascita (la rasatura lo rende simile ad un neonato).

La maturità presso i celti

Dell’esistenza di riti di passaggio all’età adulta per i giovani Celti purtroppo non abbiamo notizie certe, però possiamo comparare alcune fonti riguardanti popoli coevi (Germani) dello stesso ceppo di origine (indoeuropei):

“Nessun affare trattano, né pubblico né privato, se non armati ma, per consuetudine, nessuno prende le armi se non quando la comunità l’ha giudicato idoneo. Allora, in assemblea, uno dei capi o il padre o un parente ornano il giovane dello scudo e della framea: questa è per loro la toga, questo il primo attestato d’onore per i giovani: prima di quel momento sono considerati parte della famiglia, poi dello stato.”

Tacito – Germania, Par. 13

“È diventata consuetudine presso i Catti una pratica adottata, ma raramente e solo a seguito di personale ardimento, anche da altri popoli germanici: si lasciano crescere, appena entrati nella giovinezza, i capelli e la barba e non cambiano quell’aspetto del volto, promesso in voto e consacrato al valore, se non dopo aver ucciso un nemico. Sopra le spoglie insanguinate scoprono la fronte e solo allora pensano di aver pagato il prezzo della loro nascita e si ritengono degni della patria e dei genitori: ai vili e agli incapaci in battaglia rimane l’aspetto incolto.”

Tacito – Germania, Par. 31

Nella letteratura irlandese:

“Che uomo è” disse Ailill “quel Cù di cui abbiamo udito fra gli Ulaid? Che età ha questo giovane famoso?”

“Non è difficile” disse Fergus. “Nel suo quinto anno d’età è andato tra i giovani di Emain Macha a gareggiare per i giochi. Nel sesto anno è andato ad apprendere i prodigi d’arme da Scàthach. Nel settimo anno ha indossato le armi. Ora è nel suo diciasettesimo anno d’età.”

Tain bo Cuailnge (da “Elogio di CùChulainn”)

Alcuni giovani guerrieri gallici del periodo intorno al I sec. a.C.

Quindi anche i Celti avevano i loro riti di passaggio, ma come stabilire quando effettivamente questo avvenisse? Soffermandoci sulla presenza di armi in alcune sepolture in contesto gallico, dove il defunto dai rilievi effettuati risulta particolarmente giovane

(es. 10-15 anni da alcune tombe della necropoli di Monte Tamburino, Bologna), possiamo ipotizzare già un’individuo inizato alla maturità, a ruolo di guerriero.

Le armi però non sempre sono una diagnostica che indica la posizione sociale di un’uomo: possiamo ipotizzare che questi giovani fossero effettivamente dei guerrieri già iniziati alla guerra, oppure che le armi stesse deposte nelle tombe attribuiscano un ruolo che in vita non avevano ancora avuto modo di ottenere.

Vi sono circostanze, infatti, che determinano per l’individuo morto, un passaggio alla maturità prima del suo raggiungimento in vita.

È il caso di una tomba a Lazisetta di S. Maria di Zevio (VR): la presenza di elementi di un carro da guerra insieme ad una panoplia completa e alcune monete, vengono ritrovati con uno scheletro di bambino tra i 5 e i 7 anni.

Il senso del rito di passaggio ha quindi un valore simbolico ma anche spirituale, che nel corso dei secoli ha differenziato i popoli e le tribù antiche.

Dall’iniziazione si rinasce ad una condizione adulta, in quanto durante questo periodo i giovani vengono fatti rinascere in una dimensione diversa da quella quotidiana: sono introdotti nella sfera del “sacro”:

“Colui che passa, nel corso della sua vita, attraverso queste alternative, si trova a un certo momento, per il gioco stesso delle concezioni e delle classificazioni, a far perno su sé stesso e a volgersi al sacro anziché al profano.”

(Van Gennep).

Nell’esperienza di iniziazione è racchiuso l’accostamento alla concezione del mondo attraverso le credenze, i valori spirituali, la storia sacra della propria comunità, valori che sono trasmessi al fine di modellare l’uomo e di esporlo a questo insieme di immagini e contenuti mitici.

Nella concezione arcaica l’uomo dunque è fatto, non è lui a farsi da solo.

L’esposizione al “mito” durante  l’iniziazione, e perciò il rito di passaggio stesso, assumono un’importanza notevole sia per l’individuo “iniziato”, che per la comunità stessa.

Bibliografia:

  • “Metodologia della Ricerca Archeologica”e  “Antiche Civiltà del Mediterraneo” modulo II “Magna Grecia” - Marxiano Melotti
  • “I riti di passaggio” - Arnold van Gennep
  • “La nascita mistica, riti e simboli d’iniziazione” - Mircea Eliade
  • “Il Ciclo di CùChulainn” - W. B. Yeats
  • “Táin bo Cúailange” (La Grande razzia)
  • “Tra Tra mondo celtico e mondo italico. La necropoli di Monte Bibele. Atti della Tavola rotonda (Roma, 3-4 ottobre 1997).” - Vitali Daniele, Verger Stéphane
About these ads
Questa voce è stata pubblicata in Ricerche. Contrassegna il permalink.